Giovane artista che vive e lavora a Milano dopo un lungo soggiorno sull’isola sceglie questo luogo con la presenza di formati rocciosi vulcanici molto particolari
(forse anticamente utilizzati come acquedotto o come tempio).
Lavora le suddette pietre tagliandole e trattandole di bitume di giudea (materiale fotosensibile) per verificarne nel corso degli anni i cambiamenti dovuto agli
agenti atmosferici che influiscono sul lavoro… decide inoltre di incastonare alcuni tubi di acciaio che recuperano l’acqua piovana facendola confluire all’interno delle rocce.
Queste le sue parole sulla sua Opera:
«Abrasione. Il vento, costantemente carico di inerti lavora e modella ogni cosa. Quando ho visto il circolo di pietre dietro il Dammuso di Attilio che avrei lavorato,
oltre a stupirmi della loro disposizione naturale questo è stato il mio unico pensiero.
Il mio intervento è stato un'apertura, forzata, dell'interno di questo gruppo di massi verso l'esterno.
I diversi interni sono collegati fra loro con delle tubazioni in acciaio inossidabile, dove iniezioni di acidi e basi forti portano nuove abrasioni e aperture.
Alla mia partenza il sistema è lasciato aperto, attivo, disponibile a nuovi incontri nello spazio circostante, organici ed inorganici.
Esperire la consapevolezza delle aperture, dei mutamenti porosi di tutto quello che mi stava attorno e all'interno; sotto lo sguardo vigile e generoso di Attilio.»